La Traviata – Brindisi

Libiamo ne’ lieti calici è un celebre episodio in tempo di valzer del primo atto della Traviata.

È il brindisi che unisce  Alfredo e Violetta. Vi si cantano le gioie dell’amore, del piacere e il vino.

 

ALFREDO                       Libiamo, libiamo ne’ lieti calici,

che la bellezza infiora;

e la fuggevolfuggevol’ora

s’inebrii a voluttà.

Libiam ne’ dolci fremiti

che suscita l’amore,

poiché quell’occhio al core

Onnipotente va.

Libiamo, amore; amor fra i calici

più caldi baci avrà.

 

TUTTI                                Ah! Libiam, amor fra i calici

Più caldi baci avrà.

VIOLETTA

Tra voi, tra voi saprò dividere

il tempo mio giocondo;

tutto è follia follia nel mondo

Ciò che non è piacer.

Godiam, fugace e rapido

è il gaudio dell’amore;

è un fior che nasce e muore,

né più si può goder.

Godiam c’invita c’invita un fervido

accento lusighier.

TUTTI

Ah! Godiamo, la tazza e il cantico

la notte abbella e il riso,

in questo in questo paradiso

ne scopra il nuovo dì.

VIOLETTA

La vita è nel tripudio…

ALFREDO

Quando non s’ami ancora…

VIOLETTA

Nol dite a chi l’ignora.

ALFREDO

È il mio destin così…

TUTTI

Ah! Godiamo, la tazza e il cantico

la notte abbella e il riso,

in questo in questo paradiso

ne scopra il nuovo dì.

Non ti scordar di me

Celebre romanza scritta nel 1935.

“…C’è sempre un nido nel mio cor per te…”

 

Non ti scordar di me

Partirono le rondini dal mio paese freddo

E senza sole

Cercando primavere di viole

Nidi d’amore e di felicità

La mia piccola rondine partì

Senza lasciarmi un bacio

Senza un addio partì

Non ti scordar di me

La vita mia legata a te

Io t’amo sempre più

Nel sogno mio rimani tu

Non ti scordar di me

La vita mia legata a te

C’è sempre un nido nel mio cor per te

Non ti scordar di me

Non ti scordar di me!

Non ti scordar di me

La vita mia legata a te

C’è sempre un nido nel mio cor per te

Non ti scordar di me

Vedova allegra:“Tace il labbro”

Duetto Anna/Danilo, Atto III

L’operetta, ambientata a Parigi, parla del tentativo dell’ambasciata Pontevedrina di far sposare la ricca vedova Hanna Glavari con il conte Danilo.

 

Tace il labbro

T’amo dice il violin

Le sue note dicon tutte m’hai d’amar

 

Dell’amor la stretta

chiaro a me parlò

Sì è ver tu m’ami

Tu m’ami è ver

 

Del valzer dell’ardor,

Or batte il picciolcor,

e col suo palpitar

ei dice a me:

mi devi amar!

tace il labbro, quest’e’ ver,

e’ chiaro pure il suo pensier,

ei dice t’amo sì

io t’amo

 

Dell’amor la stretta

chiaro a me parlò

Sì è ver tu m’ami, sì

Tu m’ami è ver

 

Voce è Notte

Canzone napoletana del 1903.

Un uomo sotto il balcone dell’amata dichiara il suo sentimento, sebbene lei sia già impegnata con un altro, che dorme al suo fianco.

Il testo è autobiografico: il paroliere 25enne si era invaghito di Anna Rossi, la quale andò in sposa al 75enne Pompeo Corbara. Dopo la morte di quest’ultimo Edoardo Nicolardi  poté infine prendere la ragazza come moglie.

 

Voce ‘e notte

Si ‘sta voce te scéta ‘int’ ‘a nuttata,

mentre t’astrigne ‘o sposo tujo vicino…

Statte scetata, si vuó’ stáscetata,

ma fa’ vedécaduorme a suonno chino…

Nunghí vicino ê llastre pe’ fá ‘a spia,

pecchénunpuó’ sbagliá ‘sta voce è ‘a mia…

E’ ‘a stessa voce ‘e quanno tutt’e duje,

scurnuse, nceparlávamo cu ‘o “vvuje”.

 

Si ‘sta voce te canta dint”o core

chellocanun te cerco e nun te dico;

tutt”o turmiento ‘e nu luntano ammore,

tutto ll’ammore ‘e nu turmiento antico…

Si te vènena smania ‘e vulé bene,

na smania ‘e vasecórrere p’ ‘e vvéne,

nu fuoco che t’abbrucia comm’a che,

vásate a chillo… che te ‘mporta ‘e me?

 

Si ‘sta voce, che chiagne ‘int’ ‘a nuttata,

te sceta ‘o sposo, nunavé paura…

Vide ch’è senza nomme ‘a serenata,

dille ca dorme e che se rassicura…

Dille accussí: “Chi canta ‘int’a ‘sta via

o sarrá pazzo o more ‘e gelusia!

Starráchiagnennoquacche ‘nfamitá…

Canta isso sulo… Ma che canta a fá?!…”

 

Starráchiagnennoquacche ‘nfamitá…

Canta isso sulo… Ma che canta a fá?!…”

…Voce e notte te scetadint’ a nuttata… è a voce mia… oe.

 

Giuditta

Struggente valzer moderato, una delle più celebri melodie di Lehar e di tutto il Novecento.

Ultimo capolavoro dell’autore della ”Vedova allegra”.

 

Ich weiss es selber nicht,

warum man gleich von Liebe spricht,

wenn man in meiner Nähe ist,

in meine Augen schaut und meine Hände küßt.

Ich weiss es selber nicht,

warum man von dem Zauber spricht.

Denn keine widersteht,

wenn sie mich sieht, wenn sie an mir vorüber geht.

Doch wenn das rote Licht erglüht,

zur mitternächt’genStund’

und alle lauschen meinem Lied,

dann wird mir klar der Grund.

Meine Lippen, sie küssen so heiß,

meine Glieder sind schmiegsam und weiss.

In den Sternen, da steht es geschrieben,

du sollst küssen, du sollst lieben.

Meine Füsse, sie schweben dahin,

meine Augen, sie locken und glühn.

Und ich tanz’ wie im Rausch, denn ich weiss,

Meine Lippen, sie küssen so heiss.

Doch wenn das rote Licht erglüht,3481214885

zur mitternächt’genStund’

Und alle lauschen meinem Lied,

dann wird mir klar der Grund.

 

In meinen Adern drin,

da läuft das Blut der Tänzerin,

denn meine schöne Mutter war

des Tanzes Königin

im gold’nenAlcazar.

Sie war so wunderschön,

ich hab’ sie oft im Traum geseh’n.

Schlug sie das Tambourin

so wild im Tanz, da sah man alle Augen glüh’n.

Sie ist in mir aufs Neu’ erwacht,

ich hab’ das gleiche Los.

Ich tanz’ wie sie um Mitternacht

und fühl’ das Eine bloss:

Meine Lippen, sie küssen so heiß,

meine Glieder sind schmiegsam und weiss.

In den Sternen, da steht es geschrieben,

du sollst küssen, du sollst lieben.

Meine Füsse, sie schweben dahin,

meine Augen, sie locken und glühn.

Und ich tanz’ wie im Rausch, denn ich weiss,

Meine Lippen, sie küssen so heiss.

Turandot: “Nessun dorma”

È intonata dal personaggio di Calaf.

Immerso nella notte di Pechino, in totale solitudine, il Principe attende il sorgere del giorno, quando potrà finalmente conquistare l’amore di Turandot, la principessa di ghiaccio.

 

Il principe ignoto

 

Nessun dorma!… Tu pure, o Principessa,

Nella tua fredda stanza

Guardi le stelle

Che tremano d’amore e di speranza.

Ma il mio mistero è chiuso in me,

Il nome mio nessun saprà!

Solo quando la luce splenderà,

Sulla tua bocca lo dirò fremente!…

Ed il mio bacio scioglierà il silenzio

Che ti fa mia!…

 

Voci di donne (le stelle)

 

Il nome suo nessun saprà…

E noi dovremo, ahimè, morir!…

 

Il principe ignoto

 

Dilegua, o notte!… Tramontate, stelle!…

All’alba vincerò!…

Don Giovanni:“La ci darem la mano”

Don Giovanni cerca di sedurre Zerlina, una contadinella che sta festeggiando le sue nozze con Masetto, ma Don Giovanni non si fa problemi. Così sfodera tutta la sua arte di seduttore per abbattere le resistenze di Zerlina, che all’inizio è un po’ diffidente…

DON GIOVANNI             Là ci darem la mano,

là mi dirai di sì.

Vedi, non è lontano;

partiam, ben mio, da qui.

 

ZERLINA                         (Vorrei e non vorrei;

mi trema un poco il cor.

Felice, è ver, sarei,

ma può burlarmi ancor.)

 

DON GIOVANNI             Vieni, mio bel diletto!

 

ZERLINA                         Mi fa pietà Masetto.

 

DON GIOVANNI             lo cangerò tua sorte.

 

ZERLINA                         Presto, non son più forte!

 

DON GIOVANNI             Vieni! Vieni!

Là ci darem la mano.

 

ZERLINA                         Vorrei e non vorrei.

 

DON GIOVANNI             Là mi dirai di si.

 

ZERLINA                         Mi trema un poco il cor.

 

DON GIOVANNI             Partiam, ben mio, da qui.

 

ZERLINA                         Ma può burlarmi ancor.

 

DON GIOVANNI             Vieni, mio bel diletto!

 

ZERLINA                         Mi fa pietà Masetto.

 

DON GIOVANNI             lo cangerò tua sorte.

 

ZERLINA                         Presto, non son più forte!

 

DON GIOVANNI             Andiamo!

 

ZERLINA                         Andiamo!

 

DON GIOVANNI

e ZERLINA                      Andiam, andiam, mio bene,

a ristorar le pene

d’un innocente amor!


 

 

La tabernera del puerto: “No puede ser”

Brano del genere musicale della Zarzuela, corrispondente nostra Operetta, sorta per intrattenere la famiglia reale spagnola fin dal XVII secolo ed il cui nome deriverebbe dal Real Sitio de la Zarzuela vicino a Madrid, tutt’ora fra le dimore dei regnanti.

Non può essere

Non può essere, quella donna è bella

Non può essere una donna brutta

Nei suoi sguardi, come una luce singolare

Ho visto che la donna è molto infelice

 

Nel suo sguardo, come una luce singolare

Ho visto che la donna è infelice

 

Non può essere una sirena ordinario

che ha avvelenato le ore della mia vita

Non può essere! Perché vi pregare

Perché ho visto accidentalmente

Perché ho visto piangere

 

Gli occhi che piangono non sanno mentire

le donne non sembrano così male

Tremando nei suoi occhi ed ho visto due lacrime

E mi emoziona a tremare per me

Tremare per me

 

La luce intensa del mio sogno

Pio sanno il mio amore

Perché non posso fingere

Perché non posso stare in silenzio

Perché non posso vivere

 

No puede ser

¡No puede ser! Esamujer es buena.

¡No puede ser una mujermalvada!

En su mirar, como una luzsingular,

he visto queesamujer es una desventurada.

 

No puede ser una vulgar sirena

queenvenenólashoras de mi vida.

¡No puede ser! Porque la vi rezar,

porque la vi querer,

porque la vi llorar.

 

Los ojosquelloran no saben mentir;

las malasmujeres no miranasí.

Temblando en susojosdoslágrimas vi

y a mí me ilusionaquetiemblen por mí,

quetiemblen por mí.

 

Viva luz de mi ilusión,

sé piadosa con mi amor,

porque no sé fingir,

porque no sé callar,

porque no sé vivir.

Don Carlo:“È lui !…desso… Dio , che nell’alma infondere“

Don Carlo è l’opera più complessa e monumentale di Giuseppe Verdi.

Nel duetto dell’incontro tra Rodrigo e Carlo (atto II) emergono in modo solenne l’altezza morale di Rodrigo, il suo amore per l’amico, la sua fede indiscussa nella libertà, la sua imperiosa personalità intrisa di profonda religiosità.

 

RODRIGO

È lui! … desso … l’Infante!

 

DON CARLO

O mio Rodrigo!

Sei tu! sei tu, che stringo al seno?

 

RODRIGO

Altezza!

O mio prence e signor!

 

DON CARLO

E il ciel che a me t’invia nel mio dolor,

Angiol consolator!

 

RODRIGO    

L’ora suonò; te chiama il popolo fiammingo!

Soccorrer tu lo dêi; ti fa suo salvator!

Ma che vid’io! quale pallor, qual pena!…

Un lampo di dolor sul ciglio tuo balena!

Muto sei tu!… Sospiri! Hai tristo il cor!

Con trasporto d’affetto

Carlo mio, con me dividi

Il tuo pianto, il tuo dolor!

 

DON CARLO

Mio salvator, mio fratel, mio fedele,

Lascia ch’io pianga in seno a te!

 

RODRIGO    

Versami in cor il tuo strazio crudele,

L’anima tua non sia chiusa per me!

Parla!

 

DON CARLO

Il vuoi tu? La mia sventura apprendi,

E qual orrendo strale

Il cor mi trapassò!

Amo… d’insano amor… Elisabetta!

 

RODRIGO    

Tua madre! Giusto ciel!

 

DON CARLO

Quale pallor!

Lo sguardo chini al suol!

Ahi! tristo me,

Tu stesso, o mio Rodrigo,

T’allontani da me?

 

RODRIGO    

No!… no, Rodrigo

Ancora t’ama! Io tel posso giurar.

Soffri? per me l’universo dispar!

Questo arcano dal Re non fu

sorpreso ancora?

 

DON CARLO

No.

 

RODRIGO    

Ottien dunque da lui di partir per la Fiandra.

Taccia il tuo cor, degna di te

Opra farai, apprendi omai

In mezzo a gente oppressa a divenir un Re!

 

DON CARLO

Ti seguirò, fratello.

 

RODRIGO    

odesi il suono d’una campana

Ascolta! il santo asil s’apre già; qui verranno

Filippo e la Regina.

 

DON CARLO          

Elisabetta!

 

RODRIGO    

Rinfranca accanto a me lo spirto che vacilla!

Serena ancor tua stella in alto brilla.

Domanda al ciel dei forti la virtù!

 

DON CARLOE RODRIGO

Dio che

nell’alma infondere

Amor volesti e speme,

Desio nel core accendere

Tu déi di libertà.

Giuriaminsiem di vivere

E di morire insieme;

In terra, in ciel congiungere

Ci può la tua bontà.

IL Bacio

Elegante valzer cantato (1860), su testo di Gottardo Aldighieri dedicato alla cantante Marietta Piccolomini, tra le più popolari dell’epoca.

Per questo valzer l’autore riuscì a guadagnare la bellezza di 1.300 lire.

 

Sulle labbra se potessi

dolce un bacio ti darei.

Tutte ti direi le dolcezze dell’amor.

Sempre assisa te d’appresso,

mille gaudii ti direi, Ah! ti direi.

Ed i palpiti udirei

che rispondono al mio cor.

Gemme e perle non desio,

non son vaga d’altro affetto.

Un tuo sguardo è il mio diletto,

un tuo bacio è il mio tesor.

Ah! Vieni! ah vien! più non tardare!

a me!

Ah vien! nell’ebbrezza d’un amplesso

ch’io viva!

Ah!

Granada

Canzone spagnola scritta nel 1932 dal compositore messicano.  Universalmente nota, Il testo parla della città andalusa di Granada, descritta come “terra da me sognata” con i suoi tori e le sue belle donne

Granada,

città del sole e dei fior,

il mio canto è l’ultimo addio

d’un nostalgico cuor!

Canterò

la mia canzon gitana!

Canterò

e con le lacrime

la terra ancor bacerò!

Addio, Granada,

paese di mille toreri!

Un lampo di spada

t’illumina al suon dei boleri!

Addio mantiglie,

sorrisi di bocche vermiglie,

addio chitarre sognanti,

sospiri d’amanti,

corride e canzon

di passion!

Addio, Granada,

addio, città dei gitani!

Dovunque io vada

per sempre nel cuor mi rimani!

Madonna morena,

lenisci la pena

di questo mio cuore zingaro!

Addio, Granada romantica,

paese di luce, di sangue e d’amor!

Madonna morena,

lenisci la pena

di questo mio cuore zingaro!

Addio, Granada romantica,

paese di luce, di sangue e d’amor!

 

 

Granada tierrasoñada por mí

Mi cantar se vuelve gitano

Cuando es para ti.

 Mi cantar hecho de fantasía

Mi cantar flor de melancolía

Queyo te vengo a dar.

Granada tierraensangrentada

En tardes de toros,

Mujerque conserva elembrujo

De los ojos moros.

Tesueñorebelde y gitana

Cubierta de flores

Y beso tu boca de grana

Jugosamanzana

Que me habla de amores.

Granada manolacantada

En coplaspreciosas,

No tengo otra cosa quedarte

Que un ramo de rosas.

De rosas de suavefragancia

Que le dieron marco a la virgen morena.

Granada tu tierra esta llena

De lindasmujeres

De sangre y de sol.

 

Universalmente nota, Il testo parla della città andalusa di Granada, descritta come “terra da mesognata” con i suoi tori e le sue belle donne.

Non t’amo più

Una delle più celebri melodie di Tosti, su versi di Carmelo Errico, poeta lodato per la sua musicabilità persino da D’Annunzio. Non t’amo più fu da questi definita, con bella ed efficace espressione, un “Sospiro di melodia…”.

 

Ricordi ancora il dì che c’incontrammo?

Le tue promesse le ricordi ancor?

Folle d’amore io ti seguii,

ci amammo,

E accanto a te sognai,

folle d’amor.

Sognai felice di carezze a baci

Una catena dileguante in ciel;

Ma le parole tue furon mendaci

Perché l’anima tua fatta è di gel.

 

Te ne ricordi ancor?

Te ne ricordi ancor?

Or la mia fede, il desiderio immenso

Il mio sogno d’amor non sei più tu

I tuoi baci non cerco,

a te non penso

Sogno un altro ideal:

Non t’amo più, non t’amo più!

 

Nei cari giorni che passamo insieme,

io cosparsi di fiori il tuo sentier.

Tu fosti del mio cor l’unica speme,

tu della mente l’unico pensier.

Tu m’hai visto pregare, impallidire,

piangere tu m’hai visto inanzi a te.

Io, sol per appagare un tuo desire

avrei dato il mio sangue e la mia fè.

 

Te ne ricordi ancor?

Te ne ricordi ancor?

Or la mia fede, il desiderio immenso

Il mio sogno d’amor non sei più tu

I tuoi baci non cerco,

a te non penso

Sogno un altro ideal:

Non t’amo più, non t’amo più!”

Musica Proibita

Romanza italiana composta nel 1881 dall’allora ventenne Stanislao Gastaldon,probabilmente durante il suo periodo di vita a Napoli.

 

Ogni sera di sotto al mio balcone

Sento cantar una canzon d’amore,

Più volte la ripete un bel garzone

E battere mi sento forte il core.

 

Oh quanto è dolce quella melodia,

Oh com’è bella, quanto m’è gradita!

Ch’io la canti non vuol la mamma mia:

Vorrei saper perchè me l’ha proibita?

 

Ella non c’è ed io la vo’ cantar

La frase che m’ha fatto palpitar;

 

“Vorrei baciare i tuoi capelli neri,

Le labbra tue e gli occhi tuoi severi,

Vorrei morir con te, angel di Dio,

O bella innamorata, tesor mio.”

 

Qui sotto il vidi ieri a passeggiar

E lo sentiva al solito cantar:

 

“Vorrei baciare i tuoi capelli neri,

Le labbra tue e gli occhi tuoi severi;

Stringimi, o cara, stringimi al tuo cor

Fammi provar l’ebbrezza dell’amor.”

Don Carlo:“O Carlo ascolta”

1559, Rodrigo e Don Carlo cercano di liberare le Fiandre. Atto IV, Ferito mortalmente, Rodrigo cade tra le braccia di Don Carlo: O Carlo, ascolta…Io morrò ma lieto in core”.

 

O Carlo, ascolta,

la madre t’aspetta

a San Giusto doman;

tutto ella sa…

Ah! la terra mi manca… Carlo mio,

a me porgi la man!…

 

Io morrò, ma lieto in core,

che potei così serbar

alla Spagna un salvatore!

Ah! di me non ti scordar!

Regnare tu dovevi,

ed io morir per te.

Ah! io morrò, ma lieto in core,

che potei così serbar, etc.

Ah! la terra mi manca…                                                   

la mano a me… a me…

Ah! salva la Fiandra…

Carlo, addio! Ah! ah!…

 

La Tosca: “E lucevan le stelle”

Il pittore Mario Cavaradossi è condannato a morte e, in attesa dell’esecuzione a Castel Sant’Angelo, rievoca i bei momenti passati con Tosca.

 

E lucevan le stelle,

e olezzava la terra,

stridea l’uscio dell’orto

e un passo sfiorava la rena.

Entrava ella, fragrante,

mi cadea fra le braccia.

Oh! Dolci baci, o languide carezze,

mentr’io fremente

le belle forme disciogliea dai veli!

Svanì per sempre il sogno mio d’amore…

l’ora è fuggita,

e muoio disperato,

e muoio disperato!

E non ho amato mai tanto la vita!

tanto la vita.

La Bohème:“Valzer di Musetta”,

Romanza in tempo di valzer lento.

Al caffè Momus, Rodolfo e Mimì raggiungono gli altri bohèmiens. Il poeta presenta la nuova arrivata agli amici. Entra anche Musetta, una vecchia fiamma di Marcello, che lei ha lasciato per tentare nuove avventure. Riconosciuto Marcello, Musetta fa di tutto per attirare la sua attenzione.

 

Quando m’en vo,

quando men vo soletta per la via,

la gente sosta e mira,

e la bellezza mia tutta ricerca in me,

da capo a piè.

 

Ed assaporo allor la bramosia

sottil che dagl’occhi traspira

e dai palesi vezzi intender sa

alle occulte beltà.

Così l’effluvio dei desìo

tutta m’aggira –

felice mi fa,

felice mi fa!

 E tu che sai,

che memori e ti struggi,

da me tanto rifuggi?

So ben: le angoscie tue

non le vuoi dir,

so ben, ma ti senti morir!

 

Il Barbiere di Siviglia: “Largo al factotum”

Largo al factotum della città. – Largo
Presto a bottega che l’alba è già. – Presto
Ah, che bel vivere, che bel piacere, che bel piacere
per un barbiere di qualità, di qualità!

Oh, bravo Figaro!
Bravo, bravissimo! Bravo!
Fortunatissimo per verità! Bravo!
Fortunatissimo per verità, fortunatissimo per verità!
Pronto a far tutto,
la notte e il giorno
sempre d’intorno in giro sta.
Miglior cuccagna per un barbiere,
vita più nobile, no, non si da.
Rasori e pettini
lancette e forbici,
al mio comando
tutto qui sta.
Rasori e pettini
lancette e forbici,
al mio comando
tutto qui sta.
V’è la risorsa,
poi, del mestiere
colla donnetta… col cavaliere…
colla donnetta… col cavaliere…
che bel vivere.. che bel piacere! che bel piacere!
per un barbiere di qualità! di qualità!
Tutti mi chiedono, tutti mi vogliono,
donne, ragazzi, vecchi, fanciulle:
Qua la parrucca… Presto la barba…
Qua la sanguigna…
Presto il biglietto…
tutti mi chiedono, tutti mi vogliono! Qua la parrucca, presto la barba,
Presto il biglietto, ehi!

Figaro! Figaro! Figaro!, ecc.
Ahimè, Ahimè, che furia!
Ahimè, che folla!
Uno alla volta, per carità! per carità! per carità!
uno alla volta, uno alla volta, uno alla volta, per carità! Ehi, Figaro! Son qua. x2
Figaro qua, Figaro là, x2
Figaro su, Figaro giù, x2

Pronto prontissimo son come il fulmine:
sono il factotum della città.
della città! della città! della città!
Ah, bravo Figaro! Bravo, bravissimo;
a te fortuna non mancherà.